Le recenti polemiche che hanno agitato La Destra in seguito alle dimissioni di Luca Lorenzi hanno riproposto con forza il tema dell’unità della Destra italiana, oggi frammentata in una miriade di sigle e siglette.
Unità che sarebbe stata possibile realizzare già due anni or sono, ma che sembra vieppiù allontanarsi, non ostante sembri sempre più necessario raggiungerla.
Perché?
Perché è addirittura nata una nuova formazione – Area Destra – per perseguire questo scopo?
La risposta è semplice e complicata al tempo stesso: perché non tutti i leader delle destre oggi esistenti la vogliono, questa unità.
Gelosi delle rispettive sigle, dei simboli e delle piccole rendite elettorali ed economiche che queste sigle hanno garantito, i detentori dei “marchi” più conosciuti preferiscono la “marginalità politica” in cui sono protagonisti, piuttosto di lanciarsi in avventure che potrebbero metterne in discussione il ruolo.
Fin dal suo primo convegno di fondazione, a Bologna, gli uomini e le donne di Area Destra lo sottolinearono fin da subito: l’unità delle forze militanti si sarebbe potuta ottenere solo grazie alla mobilitazione diretta dei militanti, anche (e soprattutto) contro l’eventuale volontà contraria delle rispettive gerarchie di partito.
Successivamente – dopo il disastroso risultato delle elezioni regionali –, alla prima riunione della Consulta per l’unità dell’area (a cui aderirono Fiamma Tricolore, Forza nuova, Mpn), fu sottolineata una nuova, fondamentale considerazione, secondo la quale il processo di unificazione doveva essere necessariamente accompagnato da un processo di rifondazione.
Ovunque, in Europa, le forze identitarie spopolano. In Italia, stentano a superare le percentuali da prefisso telefonico, se e quando trovano le energie e le firme per presentare le liste, e finanche le elezioni regionali del Lazio, che hanno visto la La Destra superare faticosamente il quorum necessario, non possono certo essere considerate particolarmente entusiasmanti, se si pensa che non era presente la lista del PdL.
Dunque, il discorso di Area Destra fu rafforzato con la presentazione di un libro – Essere uniti-Essere Destra – in cui, da parte di AD, si è tentato di mettere a fuoco i principali riferimenti ideali e punti di programma, in base ai quali unire tutte le anime dei movimenti identitari. Come si disse e si ripete: non un libro (e una proposta) “chiuso”, una sorta di “prendere o lasciare”; bensì un corpo organico di idee e progetti che fungesse da base concreta di discussione, a cui apportare (anche in modo radicale) modifiche o proporre alternative.
Ovunque è stato presentato, quel programma, ha svolto la sua funzione ed è stato accolto, quel libro, molto positivamente dai militanti. Non sono mancate critiche, spunti di riflessione, richieste di approfondimento, ma tutti, per lo più, hanno apprezzato la possibilità di discutere su un programma ben definito e che mettesse ordine nello (spesso tumultuoso) affastellarsi di pensieri e iniziative, a volte anche contrastanti tra loro, tipiche del nostro ambiente.
Ci fu anche una ricaduta negativa, però. Mettendo nero su bianco ciò che si crede giusto realizzare, c’è stato chi ha capito che non sarebbe potuto diventare protagonista del processo; oppure, che non avrebbe potuto – com’era evidentemente nelle sue intenzioni – “colonizzare” gli altri; oppure, ancora, di non avere argomenti per partecipare adeguatamente al dibattito proposto.
Sarà un caso – e non lo è – ma è stato a quel punto che, anche all’interno di Area Destra, si sono cominciate a registrare, oltre a un crescente numero di nuove adesioni, alcune, importanti defezioni. Defezioni – è bene dirlo – da parte di chi, nei mesi e nel lavoro precedente, non aveva nascosto di avere e di promuovere in Area Destra simpatie per qualcuno dei movimenti seduti alla Consulta; qualcuno dei movimenti che aveva mal digerito una così precisa impostazione del dibattito per l’unità.
Ecco dove sono nate le accuse, secondo le quali Area Destra avrebbe voluto far nascere un nuovo partito, l’ennesimo nel panorama identitario.
Accusa assolutamente ridicola, perché è scontato che Area Destra sia nata per sviluppare un nuovo partito, dal momento che nessuno di quelli esistenti avrebbe mai accettato di entrare a far parte sic et simpliciter di un altro di quelli esistenti. A differenza degli altri partiti, però, AD si è data fin da subito una struttura adeguata a far entrare al suo interno non solo singoli militanti, ma interi gruppi, coinvolgendo nelle sue strutture decisionali, a secondo del livello di coinvolgimento scelto, le dirigenze di altri partiti.
Prova di concreta di ciò, Amedeo Bolzonello, il quale, dirigente della Fiamma e promotore di Fiamma Futura, entrato in Area Destra è stato subito inserito nel Coordinamento nazionale e sarà presto parte dell’esecutivo del movimento per l’unità.
La doppia iscrizione – per chi intende questo processo in modo graduale – è la massima garanzia, in una direzione e nell’altra, della sincerità e della lealtà con cui s’intende percorrere la strada unitaria. Non è un caso che la sola Area Destra dia questa possibilità ai militanti, anzi, la suggerisca, al fine di partecipare pienamente al processo di unificazione e, al contempo, di farsene portavoce nei rispettivi movimenti d’origine.
Chi in questi giorni si agita e denuncia il “fallimento” del progetto di Area Destra – al di là del fatto che, forse, farebbe meglio a preoccuparsi delle cose di casa sua – o denuncia, al contrario, il suo personale fallimento (cioè, il tentativo di portare il progetto di AD a capitale di uno dei movimenti che, sedutisi al tavolo della consulta, evidentemente lo avevano fatto in modo strumentale); oppure, è il caso de La Destra, cerca di affossare con le parole un progetto a cui non ha mai creduto, tanto da rifiutare anche il dialogo.
Francamente, infatti, fanno ridere le critiche di alcuni dirigenti de La Destra, i quali hanno pervicacemente rifiutato, non ostante gli inviti ricevuti, di partecipare a qualsiasi discussione sull’unità dell’area. Discussione a cui, invece, sembrano voler partecipare alcuni giovani che, evidentemente, per farlo hanno ritenuto necessario, a quel punto, staccarsi dal loro stesso partito di riferimento.
Del resto, cosa avrebbe mai impedito o cosa impedisce a partiti già meglio strutturati di Area Destra di mettersi a capo di un processo unitario? Perché questo discorso non riescono a portarlo avanti, dall’alto delle loro autorità, gli Storace, i Fiore, i Romagnoli?
Ci sarà un problema di fondo, se è necessario creare un movimento di base per realizzare uno scopo che potrebbe essere realizzato con un semplice atto di volontà da parte (essenzialmente) di tre – è bene ripetere e sottolineare: di TRE – persone?
Dev’essere Area Destra a spiegare questo problema ai militanti, oppure dovrebbero essere quelle tre persone?
E perché mai Area Destra dovrebbe biasimare chi, uscendo da uno di quei partiti – lasciando casomai anche posizioni di responsabilità – decide di gettarsi in un’avventura, la nostra, dall’esito incerto, per quanto esaltante sia?
Non è difficile comprendere, allora, anche le ragioni, inconfessabili, ovviamente, che portano qualcuno all’interno della stessa Area Destra, ora che il processo è avviato e aggrega quotidianamente sempre più persone, a cercare di interrompere un percorso che non va nella direzione sperata da qualche leader della cosiddetta “destra radicale”.
Come chiunque può notare – anche non condividendo i nostri progetti – le nostre intenzioni sono manifeste e le nostre azioni sempre condotte alla luce del sole.
A chi ci accusa oggi di voler scardinare i partiti dell’area identitaria, rispondiamo tranquillamente: Sì, è così! Noi sogniamo e ci battiamo per un futuro in cui non esistano più La Desta, Fiamma Tricolore, Forza nuova, ecc., ma un’unica realtà che, magari, non si chiamerà neanche Area Destra, ma da Area Destra prenda il largo per una nuova, grande crociera nel mare della politica italiana.
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Cominciate a perdere credibilità, sto leggendo e-mail che riguardano i vertici di area destra, siete già ai ferri corti, ma come si fà a credervi?
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