" A VOLTE IL VINCITORE E' SOLO UN SOGNATORE CHE HA CREDUTO SINO IN FONDO "

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venerdì 30 luglio 2010

FN / Roberto Fiore / La fine del " Sistema Berlusconi"

Non stiamo assistendo al tramonto di un Governo, ma alla vera e propria fine di un sistema, quello incarnato da Berlusconi e dalla sua potente cricca massonica che in Italia ha dominato la scena per decenni. E’ stato sufficiente gettare luce su questo sistema di potere per ridurlo a ciò che è in questo momento; un gruppo di signori ricchi e potenti che cercano di addossare le colpe ai propri confratelli. La forza che li proteggeva era l’ombra e oggi che sono sulle pagine di tutti i giornali, subentra la paura e si entra nella sindrome del “si salvi chi può″. Hanno fatto affari, hanno deviato il corso della giustizia, hanno riciclato i denari di mafie potentissime e forse hanno fatto anche peggio, ma rimarranno alla storia come dei volgari traditori dell’ Italia. Fini non appartiene alla stessa loggia, ma è da tempo legato alla struttura statale di Israele; una struttura dalla quale riceve disposizione e secondo la cui politica il presidente della Camera agisce. E da parte sua parlare di pulizia non può che farci ridere. L’ inchiesta sulla Sanita del Lazio, che vede coinvolta l’ ex moglie, il fratello ed il suo uomo di fiducia, è ancora li stranamente ferma ma grida vendetta per la straordinaria tranquillità con la quale questi personaggi hanno lucrato sul sistema Sanità per anni. Il fratello Massimo è oggi direttore del Consiglio scientifico dell’ Impero Angelucci vero potere forte della Sanità he si è visto sequestrare due masi fa dalla Corte dei Conti 6 cliniche per un ammanco di 134 miloni di euro. Fini non rappresenta il nuovo ma l’ essenza del tradimento, prima ideologico, poi morale ed oggi personale verso il suo sdoganatore Berlusconi. Che l’ agonia duri giorni o mesi è difficile saperlo, ma noi siamo certi che questo sistema sia moribondo e nessuno, neanche la Lega si salverà. Forza Nuova chiama all’ appello i suoi dirigenti, la sua militanza e tutti gli italiani perchè si preparano a momenti difficili e decisivi e non si rassegnino al clima di corruzione e di basso impero. All’ orizzonte un paese servo e corrotto o una Patria Libera e Forte

venerdì 23 luglio 2010

caro Fiore, Area Destra esiste e la Consulta è ancora aperta.

Singolare comportamento, quello di Roberto Fiore. Ospite della Consulta per l'unità dell'area creata da Area Destra, oggi coglie l'occasione di un'intervista a La Mosca Bianca per sentenziare che... l'iniziativa è fallita. Secondo lui, a far fallire il progetto di Area Destra sarebbe stata una non meglio precisata "deriva pidiellina", a cui, per altro, si sarebbe opposto solo un dirigente che, guarda caso, oggi viene segnalato dalla stessa Forza nuova come un possibile perno di manovra per una nuova "riunione" dei partiti della cosiddetta Destra radicale sotto l'egida appunto di Fn.
Dispiace per Fiore, ma le cose non stanno affatto così.
In primo luogo, Fiore potrà benissimo decidere di non partecipare più alle riunioni della Consulta, ma - sempre che non s'offenda - non sarà certo lui a decidere se e quando sarà chiusa.
Quale sarebbe, poi, la svolta "pidiellina", di cui la dirigenza di Area Destra è stata accusata anche da Pucci e dai suoi amici?
Contrariamente ad altri partiti dell'area, AD ha messo nero su bianco il proprio programma e le sue intenzioni di azione politica. Nell'ultimo capitolo di Essere Uniti Essere Destra è stato chiaramente specificato come AD:
1 - Non consideri il Centrodestra un nemico, perché il nemico di AD è la Sinistra (oltre che tutto ciò che nella società su muove ai danni del popolo italiano, al di là egli schieramenti politici);
2 - Che, contrariamente a quei partiti che, da sempre, predicano a gran voce di non voler nessuno accordo col PdL, salvo poi cercarlo sotto banco in tutte le occasioni; AD ha chiarito quando e come è possibile e dignitosa - tanto a livello nazionale che locale - un'alleanza elettorale col PdL, dando così ai suoi iscritti e simpatizzanti due possibilità: quella di regolarsi sul da farsi nel territorio di propria competenza; quella di verificare se le azioni della dirigenza nazionale corrispondono ai programmi esposti.
Da questo punto di vista vale ricordare che, a partire proprio da Pucci, ogni capitolo di quel libro, prima della pubblicazione, fu letto e approvato da tutti i componenti dell'allora esecutivo nazionale.
Semmai, ormai è chiaro e lampante ciò che è successo in queste settimane e proprio grazie alle parole di Fiore. In AD c'era chi lavorava per portare AD "a capitale" di Forza nuova, ma questo, oggettivamente, oltre che impossibile, sarebbe stato inutile e dannoso per il progetto stesso di unità dell'area. E ora che questa operazione è fallita, non è strano che quanti l'hanno tentata si dimettano e accusino chi è rimasto al proprio posto di aver "svenduto il progetto originario". Forse, questi signori hanno agito non su mandato di Fn, ma, semplicemente, con l'intenzione di compiacere Fn, credendo in questo modo di rafforzare rapporti personali. Di certo, un AD fotocopia di Fn non sarebbe stata utile a nessuno, neanche allo stesso Fiore.
Così come Fiore, al di là di quel che dice a La Mosca Bianca, sa benissimo che non si potrà mai riunire l'area sotto l'egida di una delle sigle storiche del dopo-Fiuggi, per le note questioni di gelosia e primogenitura e supremazia dei vari capi e capetti.
Quel che è certo, è che AD non è finita, non ha chiuso i battenti della Consulta, non cerca casa nel PdL e, anzi, cresce sul territorio sia in termini di circoli che di iscritti per circolo.
Di più. Si sono dimessi diversi dirigenti, è inutile negarlo. Ma è anche altrettanto facile notare come, da AD, si siano finora dimessi solo quei dirigenti - quasi tutti di nomina dell'ex-responsabile legale - che, nel proprio territorio di competenza non avevano alcun seguito, non essendo riusciti a tesserare e coinvolgere neanche i congiunti più stretti e confondendo l'attività politica con gli sproloqui via internet.
Non se ne farà un dramma, insomma.

giovedì 22 luglio 2010

ROBERTO FIORE FN INTERVISTA SU "la Mosca Bianca" CONSULTA E AREA DESTRA

1 La consulta per l’unità dell’area era partita bene, aveva delle prospettive, deluso del risultato?

Sebbene ci fossero delle buone premesse, l’ evoluzione del dibattito ha fatto emergere la spaccatura fra chi, come Forza Nuova ha sempre sostenuto un’unità dinamica e propositiva, e chi proponeva invece una unione statica e artificiale da “offrire” politicamente alla Pdl. La totale differenza tra le due vedute ha fatto si che non si potesse giungere ad alcun accordo.


2 Che cosa le dispiace di più di questa situazione e per chi?

Mi dispiace soprattutto per coloro che a livello locale avevano iniziato un percorso comune, e per quei dirigenti di Area Destra che c’hanno realmente creduto.
Resta comunque la possibilità di cooperazione, come già sta avvenendo in alcune parti d’Italia, con quella parte che in Area Destra non ha accettato la deriva “piddiellina”.
Una particolare menzione va da parte mia al gruppo capitanato da Alessandro Pucci, che ha saputo raccogliere, aldilà delle apparenti battute di arresto, validi elementi politici e convogliarli in una azione politica e sociale di tutto rispetto.

3 E’ possibile ricreare una nuova consulta?

In questo momento, stando ai dati di fatto, Forza Nuova è l’unica forza politica che non accetta il dialogo con il partito di maggioranza. Quindi più che ricreare una nuova consulta, Forza Nuova nel prossimo futuro si porrà come forza aggregante e elemento catalizzatore di tutti i movimenti che si pongono fuori dai due poli.

4 Quali sono le sue proposte, le sue idee, i punti fondamentali, di possibile attuazione per una confederazione di partiti o di un partito vero e proprio? C’è spazio nella situazione politica Italiana per questa nascita?

In un momento di crisi economica, di esplosione di corruzione e di lotta alla mafia, un movimento patriottico deve distinguersi per chiarezza di progetti e per una differente classe politica.
Le nostre principali battaglie in difesa dell’ identità,della ricchezza e della vita del nostro popolo sono quanto mai attuali, e rispondono alle richieste dei cittadini italiani stanchi di Lega, Pdl e PD.

5 Ed in Europa?

In Europa, piuttosto che pensare a nuove organizzazione interpartitiche, è necessario creare una grande scuola-quadri e condividere con gli altri partiti europei la strategia, guardando all’ est Europa e al mondo Russo come al nuovo punto di riferimento di una “lega dei popoli”.


Grazie Roberto

Stefano Pantini

domenica 11 luglio 2010

Da Palazzo del Drago a Via Della Scrofa 60 anni di MSI

di Gabriele Adinolfi

Il 26 dicembre 1946, giorno di Santo Stefano, nello studio di Arturo Michelini, in viale Regina Elena, a Roma, veniva fondato il Movimento Sociale Italiano. Per la leggenda (e forse anche per la storia) si tratta dell’acronimo di Mussolini Sempre Immortale.
Sessant’anni sono trascorsi da allora e oggi c’è un clima di amarcord piuttosto vivace. Non si sa bene però cosa si stia festeggiando: se il passato, bello in quanto tale per quelli che invecchiano, se un partito politico di destra, se la spinta ideale che pur contenne ma mai lasciò esplodere o se invece solo una lunga mediocrità senza fine.

Inizi obbligati

Il Msi nacque in piena guerra fredda, anzi alla vigilia di una possibile guerra civile (le elezioni del 1948 potevano anche condurre a tanto).
È dunque certo quello che sostiene Parlato (ma è un po’ la scoperta dell’acqua calda) che il Msi fu foraggiato, protetto e inquadrato dal partito clerico/atlantico.
Il che puzzava tanto di Badoglio e non corrispondeva di certo alle ambizioni e agli ideali della Repubblica Sociale, tant’è che ben 35.000 Reduci, tra i quali il sottosegretario alla Marina della Rsi, Ferruccio Ferrini, voluto da Rodolfo Graziani come primo Presidente dell’Uncrsi malgrado avesse preso la tessera comunista, sostennero attivamente il Pci prima di aderirvi praticamente in blocco seguendo la linea di Stanis Ruinas.
Probabilmente l’idea che più aveva fatto presa presso i “neofascisti” era però quella della terza via, sociale ed anti-atlantista, che perseguivano Massi e Pini e cui occhieggiava, ondulante come sempre, Almirante. Ma di certo ha ragione Giano Accame quando sostiene che allora non vi era scelta nel posizionamento, perché una vittoria rossa avrebbe significato il massacro dei neofascisti.
Va aggiunto che il quadro a quel tempo era molto complesso, anche perché, in quanto promotori della decolonizzazione (sia pure per preparare il colonialismo multinazionale), gli Usa opponevano agli alleati, Francia e Inghilterra, il sostegno a non poche pulsioni nazionalpopolari, come sarà il caso di Peron e Nasser. È dunque bene contestualizzare e non giudicare con gli occhi del poi.
D’altronde il Msi di allora aveva un’autentica classe dirigente (Gray, De Marsanich, Anfuso) e soprattutto quadri intermedi con competenze d’amministrazione e di ministero e, quindi, un po’ si raccapezzava nelle scelte. Probabilmente la linea politica definita da Filippo Anfuso (uno dei non numerosissimi dirigenti che provenivano dalla Rsi) rappresentò la grande sintesi fra le pulsioni e le prospettive del neonato partito neofascista.

I Ca-di-si-fe

Se è lecito concedere quantomeno le attenuanti per la sua scelta atlantica alla classe storica del Msi, il gran problema, la cancrena oserei dire, che accompagnò quel partito da quando fu afflitto da una vera e propria democrazite, effetto delle sbornie elettorali, fu la burocratizzazione della sua autorità. Una burocratizzazione che, venuta meno l’intera classe dirigente storica nella quale è giusto annoverare il pragmatico ma in nessun caso voltagabbana Michelini, finì con l’istituzionalizzare l’utilizzazione costante della spinta della base (alla quale magari si lisciava anche il pelo) per stemperarne immancabilmente le pulsioni. Subentrò insomma, nel giro di pochi anni da quel Santo Stefano del ’46, una logica di sfruttamento, non diversa da quella presente negli altri partiti, una brama di consolidamento delle poltrone, con tanto di esautorazione dei rampanti non-signorsì.
Al punto che, dalla direzione del Msi, venne definita una filosofia di cinico sfruttamento dei militanti. I “Ca-di-si-fe” (ovvero Ca-merati di si-cura fe-de) dovevano essere spremuti come limoni mentre con gli opportunisti si trattava e a loro si concedevano regali, posti, privilegi…
E fu così che la storia del Msi divenne, per migliaia, migliaia e migliaia di ardenti militanti, la storia di un amore tradito, la storia di una costante cornificazione.
Ed è anche per questo che oggi in molti tornano a ripercorrere la traccia del vecchio amore, con un sentimento che è un po’ quello di chi ancor sente sulla propria pelle le ferite del tradimento e rivedendo, attempata, la focosa consorte di un dì si chiede come sarebbe stato diverso se…

La memoria, si sa, è selettiva

Se la storia del Msi la vogliamo però tracciare basandoci sulla sua ufficialità, sui suoi eletti, sui suoi segretari, allora ne ricaviamo quella lineare di un partito subordinato alla Dc, di un partito dalla dirigenza mediocre se non addirittura di scarto. Un partito che per la propria agiografia, non possedendo niente altro, deve ricorrere oggi a Telese che gli ha scritto la storia dei “suoi” Caduti.
Caduti che, però, non morivano per le elezioni e le pensioni sicure degli onorevoli Almirante e Rauti, né per sostenere i governi democristiani, il codino divieto di divorzio o le richieste gracchianti di pena di morte, ma per un sogno eccelso. Caduti che, portati a braccia ai funerali, arrecavano voti ed elezioni. Più Ca-di-si-fe di così!
Se ci fosse un minimo d’onestà dovrebbe allora il signor Telese, dovrebbero allora i mentori di quel Msi “assediato”, raccontare dell’uscita in massa dei G.O. (Gruppi Operativi) che se ne andarono sdegnati dopo aver chiesto per ben tre volte, senza mai ottenere risposta, a quell’Almirante che scortavano ovunque: “ci organizziamo per difenderci o chiudi le sezioni di quartiere e mantieni solo quelle centrali? Perché siamo stanchi di portare a braccia, impotenti, le bare dei camerati!”
Ma la memoria, si sa, è selettiva; sicché quegli uomini, che allora ressero lo scontro con la piazza rossa, che aprirono e difesero Sommacampagna in un clima d’assedio e che infine non tollerarono di lasciare che il partito per il quale avevano dato tutto divenisse un astuto becchino, quegli uomini sono spariti da tutti gli amarcord. Tanto che via Sommacampagna oggi ce la raccontano come se fosse stata aperta e difesa da quei personaggi che poi divennero onorevoli, se non ministri, grazie agli effetti di Tangentopoli e che allora erano solo dei signorsì.

Dal Msi ad An

Se la storia del Msi fosse quella delle sue dirigenze, delle sue manfrine, degli accordi sottobanco, dell’accettazione a prestarsi alle provocazioni (come il congresso di Genova del 1960 e la spedizione alla Sapienza del 1968) avrebbero ragione quelli come Storace che ne rivendicano la forte impronta democratica, avrebbero ragione quelli come Baldoni che si chiedono: “perché ci accusavano di essere neofascisti?” Ma avrebbero ragione soprattutto Fini e Gasparri, in quanto AN non rappresenta alcuno strappo, bensì la logica, consequenziale, evoluzione di quella politica dei vertici. E a chi mi viene a parlare dell’intollerabile clausola resistenziale e antifascista che AN ha fatto propria, non posso che ricordare che già nel 1970 Almirante parlava di superamento di fascismo/antifascismo, per poi aprire, nel 1971 a monarchici e partigiani bianchi. Io sostengo che, se ci si limita a comparare gli apparati ufficiali, le dirigenze e anche i discorsi tenuti, AN è molto meglio del Msi, quanto meno del Msi di Almirante, in quanto è più chiara, pulita, concreta e meno ambigua e sfruttatrice dei Ca-di-si-fe. Se non altro perché non ne ha più bisogno.

I “cornuti”

La storia del Msi, però, è, come detto, anche la storia di una costante cornificazione.
È la storia dei militanti illusi e delusi, incoraggiati e traditi. È la storia di decenni di lotta accanita, contro venti e maree, mossa da ragazzi, da giovani, da piccoli borghesi, da artigiani, da uomini di popolo, che si negavano ad accettare le ingiustizie giuridiche e sociali. Ragazzi e uomini che da soli, a proprie spese, senza mezzi e senza aiuti, misero in subbuglio per decenni la politica conformista e oppressiva democomunista. Inventando di sana pianta rivolte popolari nel Meridione, compiendo azioni sindacali rivoluzionarie e controcorrente rispetto alla segreteria nazionale, effettuando occupazioni scolastiche e universitarie, apportando innovazioni culturali e prospettive politiche di primo livello.
Se del Msi prendiamo alla lettera il primo termine del nome, ovvero il Movimento e lo contrapponiamo, come sempre avvenne durante la sua vita, alla sclerotizzazione del Partito, allora la storia che si deve scrivere è ben altra. Di tutt’altro segno. E se è vero, come è vero, che dal 1950 al 1980 le avanguardie di pensiero si trovarono in massima parte in organizzazioni autonome, a volta addirittura conflittuali rispetto al Msi, è altrettanto vero che le aspirazioni germogliarono e si estesero costantemente fra i mille, mille e mille “cornuti” di ogni epoca, furono tante e interessantissime.
Ed è altrettanto vero che la gente che si avvicinò al Msi lo fece perché attratta dal canto dei “cornuti” e non dal calcolo dei “cornificatori”.
E sarebbe ora che qualcuno, infine, iniziasse a scrivere la storia di quel “movimento”, o meglio dei movimenti di idee che interessarono il neo-fascismo, smettendola di considerare le aspirazioni nazional-popolari, social-rivoluzionarie, anti-occidentaliste e di terza forza come se si trattasse di qualche elucubrazione isolata, ché non fu assolutamente così.

Il grande falso

Contro quel “movimentismo” a favore delle scelte di una dirigenza ingessata e subalterna a tutto, si suole utilizzare un argomento ben preciso. Ci si viene a raccontare che la differenza esistente fra l’elettorato del Msi e la sua base militante è sempre stato enorme; che l’elettorato del Msi sarebbe codino, ottuso, furbastro, represso e che, dunque, la classe dirigente storica del partito neofascista avrebbe avuto l’intelligenza d’interpretarlo, cosa che la militanza missina non avrebbe mai saputo fare. Ma a parte il fatto che a tale militanza missina si deve ricondurre buona parte della classe dirigente storica, come Massi e Pini, ben due errori si trovano alla base di questa vera e propria mistificazione.
Il primo è che l’elettorato di un partito proveniente dal fascismo non è necessariamente codino e baciapile. Con un’altra politica il Msi avrebbe perso magari cinque o seicentomila voti da quella parte per recuperarli però in aree laiche e progressiste (dai repubblicani, dai socialisti, dai radicali e, magari, dai sessantottini)
Ma l’errore di fondo sta nella disconoscenza dell’antropologia dell’elettorato missino, il quale non è politico ma sentimentale: è fideista e si convince in trenta secondi della giustezza di quello che dice il suo “capo”.
Gli stessi elettori missini che accettarono tranquillamente di porsi a destra della diga anticomunista, avrebbero votato in gran massa senza alcun problema, convincendosi in pochi secondi dell’opportunità del fatto, per il medesimo partito se avesse fatto alleanze con il Psi o se avesse prospettato terze vie.
La verità è che la classe dirigente del Msi scelse sempre una linea di passivo perbenismo per due ragioni: perché su quella aveva la certezza di mantenere un numero sufficiente di voti per assicurarsi quel tot di poltrone (e non si tratta di gente che ama rischiare), la seconda è che la mancanza di carattere e di personalità di chi nella dirigenza del partito subentrò ai fondatori del Msi non tardarono a trasformarsi in cieco ed acritico servilismo verso i più potenti.

Due storie parallele

Sarebbe allora il caso di riscrivere la storia del Msi come la lunga storia ininterrotta della convivenza di un’aspirazione rivoluzionaria e di un tradimento controrivoluzionario; così acquisirebbe un interesse reale.
E ci si potrebbe infine chiedere se nel 1946 non avevano ragione i Far che temendo l’ingessatura di un’idea e di un movimento nelle pastoie di un partito proponevano, anziché creare il Msi, di porsi, come lobby e movimento, in dialettica opportunistica con i diversi partiti democratici.
Nessuno ci potrà fornire la controprova di quello che sarebbe accaduto se avesse prevalso una tale aspirazione. Limitiamoci quindi ad osservare la storia della convivenza fra movimento e partito, fra idee e incassi, nell’ambito di un organismo che divenne ben presto non solo una piramide rovesciata, ma addirittura il creatore dell’ideologia del rovesciamento della piramide (da cui il parto dei Ca-di-si-fe). Cerchiamo quindi di leggere quella storia in modo freddo, concreto e senza incorrere in tentazioni agiografiche del tutto prive di fondamento.
E a chi ancora persistesse nel pensare che tra l’apparato Msi e quello An ci siano differenze ideali, ribattiamo che in An, e in tutto il post/neo/fascismo quello che fa difetto è il movimento, sono le idee, sono le innovazioni, sono i fermenti, è l’avanguardia; sono, insomma i “cornuti”.
Le motivazioni di questa carenza sono di certo socioculturali; ma ben poco c’è da sperare in quella direzione se chi si pone alla destra di An oggi è controrivoluzionario e codino per scelta, esattamente come lo fu sempre il Msi ufficiale.
Probabilmente l’opinione espressa sessant’anni fa dai Far è ora la più attuale e praticabile.
Cambiamo sessantennio!



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giovedì 8 luglio 2010

AIDONE NASCE IL CENTRO STUDI "AREA DESTRA"

Aidone. Ritorno di “fiamma” per Filippo Rosella, personaggio conosciuto nel panorama politico aidonese, che ha annunciato ad Aidone la nascita di «Area destra». Per spiegare i motivi che l’hanno indotto a seguire la via primitiva a lui congeniale della destra radicale, decidendo di abbandonare definitivamente “strade contorte”, come quella che l’hanno visto sostenere, alle trascorse elezioni, l’amministrazione comunale attualmente in carica, si è affidato ad un manifesto in cui chiede scusa a quanti ha domandato un solo consenso elettorale per la coalizione civica che attualmente governa e di cui ammette il fallimento. Rosella sostiene che, al di là dei rapporti amichevoli con il sindaco Filippo Gangi, non ha potuto fare altro che constatare l’assenza di quelle scelte a garanzia di un percorso che avrebbero espressamente motivato il personale impegno elettorale in una disomogenea coalizione.
Fedelissimo, nel passato, dell’ex sindaco di An Filippo Curìa, si è poi dissociato dalle scelte di politica locale e nazionale operate da quest’ultimo. Per le trascorse amministrative aveva dato vita, con Silvio Di Catania, al comitato “Liberi per Aidone” confluendo poi all’interno della lista civica di centro sinistra vincitrice “Rinascimento aidonese” e vedendo la sua candidata Annamaria Raccuglia in seno alla giunta municipale.
«Non ho rimorso – dichiara ancora Rosella – per l’impegno avuto in campagna elettorale con la lista civica “Rinascimento aidonese” per il semplice fatto che non si poteva stare dalla mia naturale parte politica dopo averla criticata ampiamente per avere fatto negli ultimi anni solo macelleria amministrativa in tutti i settori». Per Rosella un’altra amara deduzione è stata «l’avere dato possibilità e voce a persone che, in tempi andati, oltre a essere state ex amministratori, mai hanno alzato la voce per difendere gli interessi di Aidone». Così la decisione di Rosella di dare vita a «Area destra», un centro studi sociali presente in campo nazionale e di ricercare volti e idee nuove, portatori di una nuova etica e di una dignità sociale. (vivienna.it)

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mercoledì 7 luglio 2010

La lunga strada verso l'unità dell'area di destra

Le recenti polemiche che hanno agitato La Destra in seguito alle dimissioni di Luca Lorenzi hanno riproposto con forza il tema dell’unità della Destra italiana, oggi frammentata in una miriade di sigle e siglette.

Unità che sarebbe stata possibile realizzare già due anni or sono, ma che sembra vieppiù allontanarsi, non ostante sembri sempre più necessario raggiungerla.

Perché?

Perché è addirittura nata una nuova formazione – Area Destra – per perseguire questo scopo?

La risposta è semplice e complicata al tempo stesso: perché non tutti i leader delle destre oggi esistenti la vogliono, questa unità.

Gelosi delle rispettive sigle, dei simboli e delle piccole rendite elettorali ed economiche che queste sigle hanno garantito, i detentori dei “marchi” più conosciuti preferiscono la “marginalità politica” in cui sono protagonisti, piuttosto di lanciarsi in avventure che potrebbero metterne in discussione il ruolo.

Fin dal suo primo convegno di fondazione, a Bologna, gli uomini e le donne di Area Destra lo sottolinearono fin da subito: l’unità delle forze militanti si sarebbe potuta ottenere solo grazie alla mobilitazione diretta dei militanti, anche (e soprattutto) contro l’eventuale volontà contraria delle rispettive gerarchie di partito.

Successivamente – dopo il disastroso risultato delle elezioni regionali –, alla prima riunione della Consulta per l’unità dell’area (a cui aderirono Fiamma Tricolore, Forza nuova, Mpn), fu sottolineata una nuova, fondamentale considerazione, secondo la quale il processo di unificazione doveva essere necessariamente accompagnato da un processo di rifondazione.

Ovunque, in Europa, le forze identitarie spopolano. In Italia, stentano a superare le percentuali da prefisso telefonico, se e quando trovano le energie e le firme per presentare le liste, e finanche le elezioni regionali del Lazio, che hanno visto la La Destra superare faticosamente il quorum necessario, non possono certo essere considerate particolarmente entusiasmanti, se si pensa che non era presente la lista del PdL.

Dunque, il discorso di Area Destra fu rafforzato con la presentazione di un libro – Essere uniti-Essere Destra – in cui, da parte di AD, si è tentato di mettere a fuoco i principali riferimenti ideali e punti di programma, in base ai quali unire tutte le anime dei movimenti identitari. Come si disse e si ripete: non un libro (e una proposta) “chiuso”, una sorta di “prendere o lasciare”; bensì un corpo organico di idee e progetti che fungesse da base concreta di discussione, a cui apportare (anche in modo radicale) modifiche o proporre alternative.

Ovunque è stato presentato, quel programma, ha svolto la sua funzione ed è stato accolto, quel libro, molto positivamente dai militanti. Non sono mancate critiche, spunti di riflessione, richieste di approfondimento, ma tutti, per lo più, hanno apprezzato la possibilità di discutere su un programma ben definito e che mettesse ordine nello (spesso tumultuoso) affastellarsi di pensieri e iniziative, a volte anche contrastanti tra loro, tipiche del nostro ambiente.

Ci fu anche una ricaduta negativa, però. Mettendo nero su bianco ciò che si crede giusto realizzare, c’è stato chi ha capito che non sarebbe potuto diventare protagonista del processo; oppure, che non avrebbe potuto – com’era evidentemente nelle sue intenzioni – “colonizzare” gli altri; oppure, ancora, di non avere argomenti per partecipare adeguatamente al dibattito proposto.

Sarà un caso – e non lo è – ma è stato a quel punto che, anche all’interno di Area Destra, si sono cominciate a registrare, oltre a un crescente numero di nuove adesioni, alcune, importanti defezioni. Defezioni – è bene dirlo – da parte di chi, nei mesi e nel lavoro precedente, non aveva nascosto di avere e di promuovere in Area Destra simpatie per qualcuno dei movimenti seduti alla Consulta; qualcuno dei movimenti che aveva mal digerito una così precisa impostazione del dibattito per l’unità.

Ecco dove sono nate le accuse, secondo le quali Area Destra avrebbe voluto far nascere un nuovo partito, l’ennesimo nel panorama identitario.

Accusa assolutamente ridicola, perché è scontato che Area Destra sia nata per sviluppare un nuovo partito, dal momento che nessuno di quelli esistenti avrebbe mai accettato di entrare a far parte sic et simpliciter di un altro di quelli esistenti. A differenza degli altri partiti, però, AD si è data fin da subito una struttura adeguata a far entrare al suo interno non solo singoli militanti, ma interi gruppi, coinvolgendo nelle sue strutture decisionali, a secondo del livello di coinvolgimento scelto, le dirigenze di altri partiti.

Prova di concreta di ciò, Amedeo Bolzonello, il quale, dirigente della Fiamma e promotore di Fiamma Futura, entrato in Area Destra è stato subito inserito nel Coordinamento nazionale e sarà presto parte dell’esecutivo del movimento per l’unità.

La doppia iscrizione – per chi intende questo processo in modo graduale – è la massima garanzia, in una direzione e nell’altra, della sincerità e della lealtà con cui s’intende percorrere la strada unitaria. Non è un caso che la sola Area Destra dia questa possibilità ai militanti, anzi, la suggerisca, al fine di partecipare pienamente al processo di unificazione e, al contempo, di farsene portavoce nei rispettivi movimenti d’origine.

Chi in questi giorni si agita e denuncia il “fallimento” del progetto di Area Destra – al di là del fatto che, forse, farebbe meglio a preoccuparsi delle cose di casa sua – o denuncia, al contrario, il suo personale fallimento (cioè, il tentativo di portare il progetto di AD a capitale di uno dei movimenti che, sedutisi al tavolo della consulta, evidentemente lo avevano fatto in modo strumentale); oppure, è il caso de La Destra, cerca di affossare con le parole un progetto a cui non ha mai creduto, tanto da rifiutare anche il dialogo.

Francamente, infatti, fanno ridere le critiche di alcuni dirigenti de La Destra, i quali hanno pervicacemente rifiutato, non ostante gli inviti ricevuti, di partecipare a qualsiasi discussione sull’unità dell’area. Discussione a cui, invece, sembrano voler partecipare alcuni giovani che, evidentemente, per farlo hanno ritenuto necessario, a quel punto, staccarsi dal loro stesso partito di riferimento.

Del resto, cosa avrebbe mai impedito o cosa impedisce a partiti già meglio strutturati di Area Destra di mettersi a capo di un processo unitario? Perché questo discorso non riescono a portarlo avanti, dall’alto delle loro autorità, gli Storace, i Fiore, i Romagnoli?

Ci sarà un problema di fondo, se è necessario creare un movimento di base per realizzare uno scopo che potrebbe essere realizzato con un semplice atto di volontà da parte (essenzialmente) di tre – è bene ripetere e sottolineare: di TRE – persone?

Dev’essere Area Destra a spiegare questo problema ai militanti, oppure dovrebbero essere quelle tre persone?

E perché mai Area Destra dovrebbe biasimare chi, uscendo da uno di quei partiti – lasciando casomai anche posizioni di responsabilità – decide di gettarsi in un’avventura, la nostra, dall’esito incerto, per quanto esaltante sia?

Non è difficile comprendere, allora, anche le ragioni, inconfessabili, ovviamente, che portano qualcuno all’interno della stessa Area Destra, ora che il processo è avviato e aggrega quotidianamente sempre più persone, a cercare di interrompere un percorso che non va nella direzione sperata da qualche leader della cosiddetta “destra radicale”.

Come chiunque può notare – anche non condividendo i nostri progetti – le nostre intenzioni sono manifeste e le nostre azioni sempre condotte alla luce del sole.

A chi ci accusa oggi di voler scardinare i partiti dell’area identitaria, rispondiamo tranquillamente: Sì, è così! Noi sogniamo e ci battiamo per un futuro in cui non esistano più La Desta, Fiamma Tricolore, Forza nuova, ecc., ma un’unica realtà che, magari, non si chiamerà neanche Area Destra, ma da Area Destra prenda il largo per una nuova, grande crociera nel mare della politica italiana.