" A VOLTE IL VINCITORE E' SOLO UN SOGNATORE CHE HA CREDUTO SINO IN FONDO "

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venerdì 30 aprile 2010

"Scandalo" a Lavagna: una caserma intitolata a un caduto della Rsi

A due passi dalla dolce brezza del Mar Ligure, a Lavagna, in provincia di Genova, non ostante le onde calmissime, è scoppiata una bufera di proporzioni gigantesche. Ad agitare le acque è stata la locale sezione dell’Anpi che, scandalizzata, ha denunciato l’iniziativa del comando del Corpo Forestale dello Stato di intitolare la caserma del luogo alla memoria del maresciallo Michele Menechini. Chi fu costui? Menechini fu uno dei tanti buoni italiani in divisa - ché anche quella della Forestale è un’uniforme, cioè, non un semplice vestito, ma un “costume della Patria” -, il quale l’8 di settembre del 1943 decise che lo Stato disciolto dall’ignavia del Savoia potesse avere una sua continuità nella Repubblica sociale. Per altro, Menechini si occupava di alberi, prati e di quanto oggi andrebbe racchiuso nel concetto di ecologia, mica di ideologie o di politica. Menechini faceva il suo dovere di pubblico dipendente prima della fuga del Re e ritenne di doverlo continuare a fare anche dopo. La pagò cara, anzi, carissima. Già, perché lo scandalo che agita l’Anpi sta tutto qui, nella scelta di un comando della Forestale, quello di Lavagna, che pone un grave interrogativo: per “liberare” l’Italia dalla dittatura; per portare la democrazia; per cacciare il “tedesco invasore”; per costruire la “nuova Italia” era così necessario assassinare – il 23 giugno del 1944 – anche un semplice maresciallo della Forestale, mentre con la sua bicicletta e con la piccola figlia su con lui girava serenamente per il Paese? L’eroismo dei partigiani, quello che tanto vorrebbero difendere i “paracarri” dell’Anpi, è racchiuso in questo genere di azioni, che tanto assomigliano a quelle che, ancor oggi, dall’Iraq all’Afghanistan, da Israele alle province basche, proprio gli Stati democratici definiscono terroristiche? Ovviamente, l’Anpi direbbe di no, ma sono, appunto, i casi come quelli di Lavagna e delle polemiche contro l’intestazione della caserma a Menechini a ricordare a tutti cosa furono non solo le “radiose giornate” del 25 aprile, ma gran parte dell’intera guerra partigiana: una somma di innumerevoli attentati contro soggetti inermi; contro militari che non potevano in quel momento difendersi; contro uomini e donne che avevano semplicemente continuato a credere che allo Stato bisognasse offrire la propria collaborazione. Un bagno di sangue che scatenò spesso rappresaglie sulla popolazione civile che, il più delle volte, come insegnano i casi di Pedescala, Civitella, Sant’Anna di Stazzema e tanti altri ancora, rifiutano le decorazioni resistenziali e accusano i partigiani d’essere la vera causa della strage dei loro cari operata dalle truppe naziste. Dunque, sostenere e difendere la scelta della Forestale di Lavagna diventa un obbligo morale: non solo verso un uomo sul cui conto non pesano colpe d’alcun genere, ma verso la stessa memoria del Paese. Memoria che – contrariamente a quanto sostiene tale Mauro Caveri, vicesindaco ignorante della stessa Lavagna – non viola assolutamente i principi della nostra Costituzione. In primo luogo, perché la Costituzione italiana non è antifascista, come dimostra il suo “testo lungo” (oltre 10.500 tra parole e segni grafici) nel quale proprio quelle due espressioni “antifascismo” e “resistenza” non trovarono albergo. Per di più, non lo trovarono non perché fossero sotto intese, ma perché, non ostante la precisa richiesta di alcuni costituenti, a partire da Palmiro Togliatti, si decise di non inserirle. E la Costituzione – se lo stampi ben in testa il signor Caveri – non è una poesia, ma una legge, anzi, la prima e la principale legge dello Stato che, dunque, osserva e impone il principio giuridico, secondo cui “ciò che la legge vuole, la legge dice”. E se non dice, di conseguenza, non ha voluto. In secondo luogo, perché e anche fosse – e, si ripete: non è – che la Costituzione fosse antifascista, la scelta di intitolare una caserma della Forestale a un uomo probo che fu fascista non la contraddirebbe comunque, a meno che Caveri, l’Anpi o qualche altro cretino politico o istituzionale non voglia intendere che le scuole intitolate ad Arrigo Serpieri; tutte le vie Guglielmo Marconi; le strade che ricordano Luigi Pirandello – e ci si ferma qui, subito, per non tediare chi legge con un elenco di decine, centinaia di nomi che illustrarono la Patria e portarono orgogliosamente la camicia nera tra il ’22 e il ’45 – costituiscano un attentato alla libertà. Si applauda alla scelta nobile e coraggiosa della Forestale, dunque, si sbattano dietro a(lla) Lavagna l’Anpi e i politicanti senza cultura.

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