Gianfranco Fini ha giocato – male,
a quanto sembra – le sue ultime carte nel suo personalissimo show-down contro Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, sempre generoso di sorrisi ammiccanti, sa tirare fuori unghie e denti, quando occorre e, alla direzione nazionale del PdL, non ha infiorettato le sue reprimende, ma ha detto chiaro e tondo cosa pensi del presidente della Camera e dei suoi continui distinguo. Da parte sua, l’ex-leader di An, pur come al solito compito e dall’eloquio pulito e preciso, non è stato certo capace di far passare alcun messaggio positivo. Chi ha capito la vera ragione della lite con Berlusconi? Quali sarebbero gli appiattimenti del PdL sulla Lega? Il premier ha ragione, sotto questo punto di vista: Fini rivendica, a nome della Destra, uno spazio a cui lui stesso ha rinunciato quando, per compiacere la Sinistra intellettuale, ha adottato un linguaggio e un programma che, con la Destra, non hanno nulla a che fare. La Lega conquista spazi a destra, perché, in fondo, la Destra non esiste più, politicamente parlando. E non esiste da tempo. Nella PdL non entrò An, come comunemente si dice. Entrò Fini e il finismo, dopo aver giurato che mai l’avrebbe fatto, per paura che, con la repentina caduta di Romano Prodi e la fuoriuscita di Francesco Storace dal partito, si creasse nuovamente una Destra in Italia. Come al solito, come sempre quando si rifugia nelle idee altrui, nel 2008 Fini fu fortunato: Berlusconi vinse per tutti, come sempre, e Storace si dimostrò non molto migliore del suo ex-amico, gettando al vento un risultato formalmente insufficiente (non si raggiunse il quorum del 4%), ma politicamente importante, incoraggiante e spendibile nel futuro. Invece di imparare la lezione, Fini, da furbetto del quartierino, pensò di aver passato la festa e di poter continuare a gabbare il santo, ricominciando a frustare la sua base e il suo elettorato con proposte e affermazioni che lo elevavano ogni giorno di più agli altari dei laicisti, della Sinistra, dei radical-chic, allontanandolo, però, da chi lo aveva votato per anni e anni, considerandolo l’erede di una tradizione che, seppur rinnovata, affondava le sue radici nel Msi. Il popolo di destra è un popolo fedele, oltre ogni ragionevolezza, ma non è un popolo di scemi e, alla fine, ha abbandonato Fini al suo destino. Forse, anzi, sicuramente, non ha nemmeno votato Lega: qualcuno lo avrà anche fatto, ma si è astenuto, nella sua parte più convintamene di destra; si berlusconizzata, nella parte più moderata. Purtroppo, non ha premiato, il popolo di destra deluso da Fini, i movimenti identitari che, da anni, stanno faticosamente arrancando ai margini del sistema politico. Non è, quest’ultimo aspetto, un dramma, ma un segnale: serve una rifondazione della Destra, partendo dall’unione dei soggetti in campo, per renderla nuovamente capace di parlare a quei quattro, cinque milioni di italiani che, non essendo di sinistra, non si accontentano dei lustrini berlusconiani, ma non per questo sono contro il Cavaliere. Quel popolo che vuole una classe dirigente con la schiena diritta; che parla e agisce in conseguenza di ciò che afferma; che non si vergogna del suo passato, ma ha sempre lo sguardo rivolto al futuro; che non s’attarda in questione ideologiche sul sesso degli angeli, ma affronta i problemi reali del Paese. Ora che le elezioni anticipate tornano a essere un’opzione concreta, sarà curioso vedere se ci sarà la volontà e la capacità di costruire questa Destra e di portarla alla battaglia elettorale con le armi programmatiche giuste per farle cogliere – finalmente! – il risultato dignitoso che le competerebbe. Il resto, tutto il resto, sono chiacchiere da bar o da circoletto culturale. La sfida è alta, adesso. Quel che è certo, è che gli equivoci sono FINI-ti: Alleanza nazionale non era più Destra da tempo e la Destra, fusa nella PdL, non è più nulla. La Destra deve riconquistare una sua dimensione, una sua autonomia e, solo in virtù e in rispetto di queste, partecipare a eventuali alleanze più vaste. Di camerieri non c’è più bisogno: quelli bravi sono rimasti al tavolo di Berlusconi; quelli che non sono neanche capaci di servire come si deve, sono stati messi quanto meno in cassa integrazione dallo stesso Cavaliere, ieri.
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